Katia Bregolin, quando l’Arte diventa terapia.

Katia, artista e Art Coach, da tempo accompagna le persone a fermarsi, ascoltarsi e riconnettersi a ciò che sentono davvero.Il suo percorso nasce anche dall’esperienza nel mondo della disabilità, che le ha insegnato a stare nelle fragilità con rispetto e senza giudizio. L’arte è sempre stata per lei uno spazio personale di espressione e verità, dove dare forma a ciò che spesso resta non detto.Nei suoi workshop crea spazi semplici e accoglienti, dove ci si può permettere di essere se stessi, senza dover dimostrare nulla, e utilizzare il gesto creativo per esplorare emozioni e parti profonde di sé.Un’occasione preziosa per scoprire l’arte come strumento di ascolto, connessione e crescita interiore.


Ti definisci “la coach senza tela”: da dove nasce questa definizione e cosa rappresenta per te?
Perchè quella definizione… perché nel mio lavoro artistico la tela è uno spazio che si evolve durante il processo stesso, quindi non si definisce come contorno definito o definitivo, ma bensì come punto da cui partire per andare oltre. Oltre quei limiti che molto spesso siamo noi stessi a porci, e dove anche il gesto di rompere la tela diventa un modo per portare fuori ciò che c’è sotto la pelle dell’invisibile.

Curiosando nella tua bio ho visto che nella tua vita ci sono il teatro, l’arte, il canto e il coaching: oggi qual è la parte che senti più tua?Tutte! Non esiste una scelta ma semplicemente una connessione tra tutte queste parti che convergono nella sfera artistica, emersa molto forte grazie al Covid. Un momento storico in cui si è stati costretti a stare con noi stessi: il 10% della nostra vita è quello che ci accade, ma il 90% è quello che decidiamo di farci con quello che accade.

Lavorando ogni giorno con tante persone, qual è l’emozione che vedi emergere più spesso?
La paura: paura di esprimersi, di decidere come muoversi, di scegliere cosa dire, come se ci fosse un “giusto” e uno “sbagliato”. Ed è un peccato perché si perdono le mille sfumature che vivono dentro di noi e che non hanno bisogno di essere scelte a discapito di altre, ma di essere viste, ascoltate e integrate.

C’è stato un incontro o un momento particolare nel tuo percorso in cui hai pensato: “ecco, è proprio per questo che faccio quello che faccio”?
L’incontro con la malattia: l’endometriosi ha scosso le fondamenta del mio essere, ha messo in discussione tutta la mia vita, le mie credenze e quello che credevo fosse il futuro che volevo. Ma in realtà è proprio grazie ad essa che ho deciso di ascoltarmi veramente (anche perchè ne andava della mia salute) e di liberare appunto tutta quella parte artistica che era rimasta bloccata per lunghi anni dietro ai tanti “dovrei”. Quindi faccio quello che faccio per parlare di nuove prospettive, pur guardando la stessa foto.


Quando una persona esce da un tuo workshop, cosa speri che si porti dentro?
Nuovi modi in cui vedersi e ascoltarsi, e soprattutto che gli permetta di farsi anche domande nuove, non tanto per trovare subito le risposte, ma per imparare anche a restare con esse, semplicemente a fianco e attendere che la risposta si crei nel tempo.